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Transparency

why is important?

The production and distribution system is one of the most complicated and unclear fields to understand in the fashion industry.

The lack of knowledge on the reality behind clothes symbolises one of the troubles for the sustainability concept in fashion.

The veil that the fashion companies try to hide about their manufactory organisation represents a loss of transparency for our clothes.

Image by Carolina Chiavon

Why is crucial (the transparency)? 

Transparency in fashion consists of the identity of the dress. Each brand should disclosure to consumers where, how, and whom their products are produced.

I think nowadays it is essential to discern the core of our products.

When we talk about transparency, we have to talk about the differences between words and how we use them. Transparency split in production, distribution, and society issues.

Production and distribution: Everyone would like to be conscious of what we buy before the payment. This is a type of behaviour that we usually use to purchase our food, especially us Italian. We want to be sure of what we eat, sometimes also for fashion but not in the same way. Our clothes are our second skin, so It should be necessary to analyse the substance behind them. It means that we have to comprehend the identity, the structure of the production of clothes: where they are designed, and what type of manufactory process is used. The question is essential since some of the industrial techniques have a high impact on our environment. Also, the distribution is another factor to take into deep consideration for its environmental impact. The longer is distances between factories and stores or houses, the more emissions will be produced during the logistical processes. As we know, we live in a globalised world so, it is impossible to duck out from this evidence, but we can discipline ourselves and reducing the number of clothes that we will like to buy. 

Image by Carolina Chiavon

Take a look at the wardrobe of your siblings, grandparents, or friends for resuscitating some dress if not, you can discover the extent vintage world.

Transparency can facilitate us to appreciate the quality of our clothes. It could help the customers in comparing the different clothes price and become more selective and save more money.

Society issues: Sometimes, when we are buying something, we do not pay a lot of attention. Transparency is affected also during this occasion. We don’t reflect when we are buying on who made our clothes. But, our common thought is only in considering the people that work at the end of this system such as the sales assistant, the store manager, the courier, etc.

Image by Carolina Chiavon

But who works on our clothes?

Fashion transparency should mean a voice to their workers. 

Most of the fashion manufacturers are in different places, often the brands do not permit the customers to know the address of their factories and where are located. That is for two motives; firstly, brands do not want to show to their consumer the real cruelty of the production; Secondly is for taking advantage of worker’s conditions. The workers usually have no idea for which company they work for, so if an industry exploits a worker it will be impossible to denounce the brand and even give any negative advertisement for the brand. 

There are many episodes of abuse of the employees in Asia, Pakistan, Bangladesh, Cambodia, etc. One of the catastrophes is the so-called “Rana Plaza accident” in 2013. What happened in Bangladesh when a building hosting five garment industries collapsed was thousands of deaths among workers with others invalid. The building fell due to the condition of the construction. 

Afterward, to advocate for increasing the working condition was founded an NGO called “Fashion Revolution”. The core of this association is to establish a fashion system more responsible that shows and respect the workers and their rights and do not forget to consider the environment. It is almost five years that “Fashion Revolution” submit its Fashion “Transparency Index Report”. The TI is a list of a brand (this year’s 250s brand) where everyone reveals their data about their environment strategy, the working condition, and the production things.

This report is free and available to all on their website. I would like to remind you that the TI, it is not a shopping guide.

Photo by Enrico Stefanel; Edit by Carolina Chiavon
Photo by Enrico Stefanel; Edit by Carolina Chiavon

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Trasparenza nella moda

Il processo di produzione e distribuzione delle industrie tessili, dei brand di moda è piuttosto complesso e difficile da analizzare. Pochi sono coloro che si addentrano per conoscere cosa si nasconde dietro.

Image by Carolina Chiavon

Non avere la consapevolezza delle diverse realtà che si celano dietro i nostri vestiti, rappresenta una tra le varie difficoltà per approfondire il concetto di sostenibilità.

Tutto quello che viene celato dal brand durante la “variegata” produzione, simboleggia una perdita di chiarezza del nostro abito. 

Ma perché la trasparenza è importante per la moda?

Essa è importante perché equivale alla descrizione del nostro abito, da chi, in che modo e dove è stato prodotto il nostro capo.

Per me la trasparenza si potrebbe analizzare seguendo due filoni che dovrebbero collaborare per un unico scopo finale, ovvero fornire una carta d’identità al nostro vestiario.

Image by Carolina Chiavon

Si può dire che la trasparenza si suddivide in:

  • produzione/distribuzione
  • aspetti sociali.
  1. Produzione/distribuzione: Ognuno di noi dovrebbe avere la curiosità di conoscere le caratteristiche del prodotto prima di acquistarlo. Questo processo generalmente lo conosciamo già per i generi alimentari. Vogliamo essere sicuri della provenienza di ciò che mangiamo, specie noi italiani. Anche per i capi di abbigliamento funziona, ma in maniera minore rispetto al cibo. Voi penserete che ciò che ingeriamo è più rilevante rispetto al vestiario, ma per capire l’importanza dovreste pensare che l’abito è a stretto contatto con la vostra pelle per molte ore. (I vestiti, infatti, rappresentano la nostra seconda pelle). Bisognerebbe, quindi, che ci informassimo sulla provenienza dei nostri capi, sulle lavorazioni subite prima di avere l’aspetto ammiccante che ci cattura, il viaggio che essi hanno compiuto.
Image by Carolina Chiavon

Le informazioni che il capo ci fornisce sono importanti per comprendere il processo produttivo che ha seguito – alcune lavorazioni sono molto impattanti per l’ambiente e, inoltre, non garantiscono una buona qualità al prodotto finale. Questo dovrebbe aiutarci a comprendere che alcune volte il prezzo d’acquisto non è reale per la qualità del bene e che esistono dei costi occulti che non possiamo più ignorare. Anche la distribuzione è importante perché ci racconta il percorso del prodotto per arrivare sino a noi. Ovviamente vivendo in un mondo globalizzato dobbiamo accettare che i nostri beni provengano da luoghi diversi ma dovremmo cercare di ridurre la quantità degli spostamenti che essi devono percorrere, cercando anche di comprare prodotti di qualità che perdurino nel tempo.

Una maggiore trasparenza penso che ci aiuterebbe ad apprezzare la pregiatezza del tessuto dell’abito, la sua foggia, la sua unicità e personalità.

2.     Aspetti sociali: Al momento dell’acquisto generalmente non diano troppo importanza a diversi fattori. La trasparenza influisce anche qui.  

Pochi di noi, durante al momento dell’acquisto, riflettono su chi ha realmente prodotto il nostro indumento; spesso pensiamo solo alle persone che intervengono in fondo al sistema: il commesso, il proprietario del negozio, il corriere… Non ci chiediamo mai chi realmente ha cucito, tagliato, assemblato. La trasparenza del brand dovrebbe mettere in luce anche il benessere dei propri lavoratori per dare loro una voce.

Image by Carolina Chiavon

I grandi brand di moda di frequente, non forniscono i nomi e indirizzi delle proprie fabbriche di produzione, volendo nascondere una realtà molto cruda riguardo alle condizioni dei lavoratori. Ci sono moltissimi episodi in Asia, Pakistan, Bangladesh, Cambogia, ecc. in cui le aziende sfruttano i propri operai rendendoli invisibili al resto del mondo. Questo rappresenta uno tra i problemi maggiori della moda ed è un affronto ai diritti dell’uomo. Non molti sanno che in diversi casi, nelle fabbriche di produzione, si realizzano capi per famose case di moda senza che il lavoratore sappia per chi stai producendo. Ciò accade al fine di proteggere il brand affinché il lavoratore non possa denunciare il committente per le violazioni perpetrate.

Una tra gli episodi più conosciuti nel settore della produzione, che ha risvegliato le coscienze di molti nel mondo della monda, è rappresentato da Rana Plaza avvenuto nel 2013. Rana Plaza è il nome del palazzo di sei piani, una ex-fabbrica, che crollò a causa della struttura pericolante e dall’eccessivo peso prodotto dalle numerose persone che lavoravano al suo interno, senza un regolare contratto. Ci furono morti e feriti e oltre la tragedia di non poter quantificare il numero di persone coinvolte, non si riuscì nemmeno a creare dei fondi di aiuto per le famiglie che avevano perso un proprio parente o per coloro che, a seguito del crollo, fossero rimasti invalidi.

Dopo questa tragedia e altri episodi simili è nata l’organizzazione no profit “Fashion Revolution” che si prodiga affinché il sistema moda rispetti i propri lavoratori, sia più trasparente e si faccia carico dei problemi ambientali. Fashion Revolution già da 5 anni, presenta annualmente un Report con il nome “Fashion Trsaparency Inditex “: un documento in cui, dopo aver analizzato i brand di moda più famosi e i loro rivenditori (quest’anno sono state coinvolte 250 aziende!), vengono pubblicati i dati riguardo alle scelte compiute a favore del rispetto dei lavoratori e l’ambiente; le pratiche adottate e il loro impatto sull’ambiente. Tale documento negli anni ha assunto sempre più importanza. Lo scopo del documento non è quello di essere una guida all’acquisto, ma di fornire informazioni chiare e trasparenti rispetto a un brand. Penso che al giorno d’oggi sia doveroso provare a interessarsi di più rispetto a questo tema!

Photo by Enrico Stefanel; Edit By Carolina Chiavon
Photo by Enrico Stefanel; Edit by Carolina Chiavon
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In forma sostenibile:

Dopo aver letto la biografia Phil Knight (fondatore del marchio “Nike”) ho iniziato a chiedermi quanto, questo marchio, negli anni avesse cambiato o incentivato le sue politiche in materia di sostenibilità. Non solo… ho voluto comparare anche altri brand sportivi!

Nike:

E’ sempre stato tra i brand più osservati/criticati in particolare nella sua fase di produzione. Come marchio non si è mai distinto per la sua trasparenza, per il rispetto dei diritti dei lavoratori e per la scelta dei materiali. Eppure Nike è tra quei brand che investe molto nella sua immagine, come promotrice di battaglie sociali e libertà ma, ritengo che in alcuni casi il messaggio pubblicitario non coincida con la produzione dei suoi prodotti.

Dal 1970 ( anno in cui uscirono le prime critiche a rigurdo) fino ad oggi, la Nike non ha registrato avanzamenti in termini di trasparenza e sostenibilità. Gli utlimi dati non sembrano evidenziare sostanziali cambiamenti.

Spesso ha occultato relazioni e dati riguardanti il tipo di produzione svolto. Seppur di dominio pubblico, queste notizie non hanno mai preoccupato troppo i clienti i quali, si sono lasciati trascinare sopratutto dall’immagine dell’azienda. Anch’io a volte non considero abbastanza quali aspetti vi siano dietro il mio acquisto!

Ultimanmente Nike ha stilato un piano che cerca di incrementare la trasparenza delle comunicazioni e la sostenibilità dei prodotti; il suo programma, basato principalmente sul riutilizzo di materiali, prende il nome di “Move to Zero“. La casa americana sembra quindi valutare nuovi percorsi per migliorare alcuni suoi aspetti ritenuti debli.

Se sei curioso di conoscere come la Nike sta investendo rispetto alla sostenibilità, apri i link qui sotto:

https://purpose.nike.com/fy19-nike-impact-report

https://www.nikecirculardesign.com/

Tra i più famosi brand sportivi che hanno iniziato ad impegnarsi nella ricerca e innovazione di materiali sostenibili si trovano anche Puma e Adidas

Puma:

E’ tra le aziende sportive che ha iniziato a investire di più, in quanto sostenibilità e trasparenza, attraverso un progetto chiamato “Ten x 2025” – ossia dieci obbiettivi, suddivisi in aree tematiche che l’azienda si impegna ad affrontare entro il 2025. Le aree comprendono vari settori; dalla riduzione dell’uso di materiali sintetici al rispetto dei diritti dei lavoratori; la sicurezza e la salute e la tutela dell’ ambiente … Questi obbiettivi non sono stati scelti a caso, bensì da da un piano aziendale presentato già nel 2015. Attraverso il monitoraggio dei precedenti obbiettivi e risultati ottenuti, si è deciso di allargare anche in altri campi tematici.

I punti che Puma ha analizzato sono strategici per l’ azienda e, rappresentano l’ inizio di un cammino verso un cambiamento di prospettiva. Sicuramente la ricerca e l’innovazione sono due elementi fondamentali per la moda, che porteranno importanti evoluzioni.

Se sei curioso di capire come Puma vede il tema della sostenibilità, apri i link qui sotto:

https://annual-report-2019.puma.com/en/sustainability/summary-and-new-targets-for-2025.html

https://about.puma.com/en/sustainability

Adidas:

Come la Nike, anch’essa è stata accusata diverse volte, per “mancanza di sensibilità” verso i propri lavoratori. A differenza della Nike però, come si evince attraverso i dati emersi da alcune ricerche, Adidas già da tempo ha iniziato ad impegnarsi investendo nella ricerca di materiali e modificando alcuni aspetti della fase produttiva. L’ultimo progetto “Future Craft” altro non è che il proseguimento di un viaggio già intrapreso dal brand verso la sostenibilità. Da diversi anni ha iniziato a promuovere camapagne a favore della raccolta di plastica e della pulizia dei nostri oceani, presentando prodotti che contenevano, in diverse percentauli, materiali plastici riutilizzati. Future Craft quindi parte già da qualcosa che esiste e cerca di andare verso un futuro di opportunità e prospettive, che tengono maggiormente conto, dell’impatto che lo sport ha nei confronti dell’ambiente.

Per conoscere come Adidas vede la sostenibilità, apri il link qui sotto:

https://www.adidas.com/us/futurecraft

https://www.adidas-group.com/en/sustainability/managing-sustainability/general-approach/

Ad oggi, essendo la moda così importante conoscere e rendersi conto di ciò che si acquista assume sempre più importanza. In un’ epoca in cui, prendersi cura del proprio corpo rappresenta uno stile di vita, penso sia importante anche capire ciò che si indossa senza affidarsi solo all’immagine che si vuole dare attraverso la scelta di un brand.

Make fitness different!!

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MICRO ATTENZIONI

Photo by Fabrice Monteiro

Utilizzo sbagliato dei tessuti:

A SLIGHT TWIST OF REAL” by SASCHA ODA for RIKA MAGAZINE

In questo articolo vorrei farvi riflettere sul consumo poco consapevole di alcune fibre. Diversi tessuti che noi indossiamo quotidianamente facilitano l’inquinamento. La composizione della maggior parte dei nostri abiti è composta da fibre sintetiche tra cui le microfibre. Le fibre sintetiche sono di origine chimica, derivanti dal petrolio. Non voglio demonizzare questo materiale, che ha permesso uno sviluppo del settore tessile soprattutto per quanto concerne l’abbigliamento tecnico e sportivo ma, focalizzare l’attenzione sull’uso delle microfibre dannose non solo durante la produzione ma anche durante il loro impiego.

Con il termine “microfibre” s’intendo i filamenti sottili presenti nei vostri capi di abbigliamento che nelle etichette si presentano con il nome di Poliestere, Nylon, Lycra….

Il problema di queste fibre sta nella loro micro-dimensione. Sono impossibili da individuare (poichè sono composte da fili sottilissimi) e da distinguere ad altre fibre visto che, vengono lavorate in un unico filo e legate ad altre di diversa origine. Il loro largo uso è dovuto alla facilità nel reperirle, al basso costo, alla loro resistenza, alla loro versatilità e adattabilità ai diversi materiali.

L’utilizzo eccessivo di questi polimeri nei i nostri capi di abbigliamento ad oggi costituisce una delle maggiori fonti di inquinamento. Da uno studio effettuato da “Friends of the Earth” (organizzazione ambientalista a livello internazionale) si è visto come il lavaggio di un capo sintetico rilascia milioni di particelle microplastiche nelle acque reflue. Come tutti sappiamo, la maggior parte delle acque di scarico finisce nel mare contribuendo così ad inquinare il nostro sistema naturale. Il mare e i suoi organismi marini soffrono sempre di più di inquinamento da sostanze plastiche.

Le micro-particelle che si trovano nel mare ritornano, sotto diversa forma, a noi quando ad esempio consumiamo prodotti del mare, nuotiamo o ci immergiamo. Inoltre, molte di queste fibre sono dannose anche mentre le indossiamo; rilasciano infatti nell’aria micro-particelle plastiche che poi respiriamo.

Il mio scopo non è spaventare ma di sensibilizzare su ciò che consumiamo.  Prestando un po’ più cura possiamo diminuire la dispersione nell’ambiente materie plastiche.

Poichè il danno maggiore lo facciamo a noi stessi.

Per ridurre questo tipo di inquinamento basterebbe iniziare ad abituarci a comprare meno, preferire tessuti naturali, utilizzare meno la lavatrice e, solo a pieno carico, nonché scegliere detersivi naturali meno abrasivi.

“Plastic particles washed off from products made with synthetic materials contribute up to 35% of the primary plastic that is polluting our oceans. Every time we do our laundry, an average of 9 million microfibers are released into wastewater treatment plants that cannot filter them.”

Ocean Clean Wash

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La fine dei vestiti

Hanno una “fine” i nostri capi?

Vi siete mai chiesti se i vestiti che indossiamo possano avere un termine del loro utilizzo? Due volte all’anno, ai cambi di stagione tutti noi ce lo chiediamo e guardiamo curiosi dentro il nostro armadio cercando i vestiti che per qualche ragione non indosseremo più. Premetto che questo argomento è delicato ma ritengo giusto raccontare ciò che accade realmente agli abiti che non amiamo più. In questi anni si sono sviluppate diverse formule per farci credere che gettare dei vestiti non sia così catastrofico. 

METAL 38 – Story 9 by Arielle Bobb Willis

All’interno dei negozi, di solito accanto alla cassa o all’entrata, vi sono dei contenitori dove riporre ciò che riteniamo superfluo.  Questo è un esempio del cosiddetto “greenwash” che induce, i consumatori, a pensare che il brand abbia un approccio ecologico e quindi a depositare volentieri i nostri vecchi capi. In realtà, è solo un’illusione e una tattica usata per aumentare ancora di più il nostro consumo dato che, molte volte, oltre all’invito a portare i vostri vecchi abiti riceviamo anche dei buoni sconto su acquisti futuri. 

Anche quando, pensiamo alle persone in difficoltà, doniamo gli abiti smessi alla Caritas o nelle parrocchie il destino dei nostri vecchi abiti non cambia visto che, spesso, la quantità di “vecchi” abiti supera la quantità di quanto richiesto o le condizioni non permettono un ulteriore uso. (Ogni singola poi esperienza va analizzata).

Artwork: Mort; 2010 – Guerra de la Paz

Molti brand pubblicizzano l’idea che i nostri vecchi abiti possano essere reciclati. Controllando le etichette dei nostri indumenti, potremmo accorgerci che, la maggior parte delle fibre di cui sono fatti, ha una composizione mista: più fibre legate tra loro che danno luogo ad un unico filato. Ad oggi questo costituisce uno dei problemi più spinosi per l’industria di moda per riutilizzare e riciclare i tessuti. È impossibile poter riutilizzare una fibra nel momento in cui è legata ad un’altra. Molte industrie che lavorano nel settore tessile, già da tempo, hanno iniziato a cercare di creare fibre di origine naturale o comunque che siano uniche e riutilizzabili. Questo processo però richiederà molti anni ancora dato che mancano le tecnologie adeguate a soddisfare il mercato.

Si stima che si possa riciclare solo 1% dei nostri capi… e tutto il resto?  Il resto viene considerato materiale di scarto, da buttare e, ogni settimana, aziende specializzate raccolgono tonnellate di “vecchi” vestiti che poi suddividono per categorie quindi magliette, pantaloni etc. e successivamente in base all’ usura del capo e della sua importanza (se firmato o meno). Si trova molta documentazione a riguardo, uno dei più famosi tra questi “THE TRUE COST”. E’ impressionante notare quanti vestiti vengano gettati via! 

A questo punto i capi scelti vengono imballati, spediti verso i paesi meno sviluppati e qui rivenduti.  E’ positivo pensare che un’altra persona li indosserà e che i nostri vestiti vivranno una seconda vita. Io però vi leggo una sorta di egoismo. Inviando in altri continenti i nostri capi impediamo lo sviluppo locale a favore del nostro sistema imponendo loro il nostro modello di sviluppo. Se visitate questi paesi noterete che la maggior parte delle persone indossa indumenti che poco hanno a che vedere con l’ambiente circostante e ciò limita lo sviluppo di sartorie o artigiani locali che confezionano abiti dai colori sgargianti e con fogge particolari seguendo le mode locali.  

“The Faith in Chaos Issue”, no.360 – Summer 2020 Photographer: Rafael Paviotti for I-D’s fashion; Styling: Ib Kamara

Una parte dei vecchi vestiti, inoltre non è più utilizzabile perché troppo logora e quindi destinata ad essere bruciata all’aria aperta senza alcuna attenzione per gli individui e per l’ambiente. 

È agghiacciante pensare che i nostri “i vecchi capi” passino da un’azienda ad un’altra garantendo spesso profitti importanti ma che nessuno abbia voglia di prendersi la responsabilità del loro smaltimento e l’unica soluzione sia delegarla a coloro che “ne hanno bisogno” consci del fatto che non siano in grado di farlo in maniera adeguata.

“The Faith in Chaos Issue”, no.360 – Summer 2020 Photographer: Rafael Paviotti for I-D’s fashion; Styling: Ib Kamara
“The Faith in Chaos Issue”, no.360 – Summer 2020 Photographer: Rafael Paviotti for I-D’s fashion; Styling: Ib Kamara

Dobbiamo iniziare a pensare di risolvere i problemi che noi stessi abbiamo creato ed assumercene la responsabilità. Una soluzione è quella di sfruttare ciò che l’uomo ha di più potente, la sua creatività. Quando fate il cambio di stagione prendete i vostri abiti e immaginate come poterli migliorare o rendere più accattivanti attraverso diverse combinazioni di accessori, stampe, applicazioni, tinture naturali, una nuova modellistica… (basta andare da un sarto e spiegare in che modo si vuole modificare!) affinché si possa ridurre al minimo ciò che noi consideriamo “scarto”.

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Che significa moda sostenibile?

Per cercare di migliore “sistema moda”, bisogna approfondire l’uso di alcuni termini. Certi vocaboli come sostenibileeconomia circolaregreenwashing sono spesso utilizzati dai brand come elementi strategici nella loro comunicazione. L’obbiettivo è quello di attirare l’occhio del consumatore affinché percepisca inconsapevolmente un certo messaggio. Non sempre questa operazione si svolge con intenti negativi e, pertanto, bisogna individuare dove ci vuole condurre quella comunicazione. La moda, ad oggi, rappresenta uno degli strumenti di diffusione più efficaci per farci riflettere su alcune tematiche. Per questo ritengo importante capire il senso di alcune espressioni e come vengano intesi nel mondo della moda.

Il significato del vocabolo sostenibile crea disorientamento in quanto, spesso associato a diversi concetti. Il termine acquista spessore ed importanza nel 1960 anno in cui le persone iniziarono a preoccuparsi delle conseguenze negative dei metodi della produzione industriale sulla salute dei lavoratori e sull’ambiente. L’origine del concetto deriva dal cosiddetto Brundtland Report “Our Common Future” pubblicato dal WCED nel 1987, il cui viene definito il suo significato:

“Development which meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs.”

Il significato ci spiega che, il nostro sviluppo dovrebbe soddisfare i bisogni del  presente, senza ostacolare quelli che saranno le necessità delle generazioni future. L’espressione ci dovrebbe far riflettere sulla concezione del nostro modello di sviluppo più diffuso. Ad oggi la sostenibilità viene letta attraverso l’armonizzazione delle cosiddette tre “P”: People, Planet and Profit. 

Ritornando alla moda posso dire che, dal mio punto di vista, il termine sostenibilità viene recepito dai consumatori in maniera diversa rispetto alla definizione; infatti spesso lo si associata al mero riutilizzo dei capi e a un profitto più “pulito”.Il vocabolo sostenibile richiama un altro termine ovvero economia circolare (“un’economia in cui il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse viene mantenuto il più a lungo possibile e la produzione di rifiuti è ridotta al minimo”- definizione Commissione europea). Ritengo che sia importante comprendere la differenza delle espressioni anche se, in entrambi i casi, si promuove l’importanza e la difesa ambientale. La sostenibilità, per quanto concerne la moda, non pone in risalto l’importanza dell’impatto della produzione e quindi dei rifiuti nei confronti delle generazioni future. Ad oggi, penso, invece sia importante che i grandi marchi della moda abbiano delle visioni molto più ampie, che non promuovano solo le nuove tendenze ma che queste siano in armonia con il vivere in un ambiente sano in cui crescere e fare esperienza.

Il termine economia circolare, si riferisce, come abbiamo visto, alla possibilità di riuscire a creare un sistema moda in cui siamo presenti le tre “R” Ruese, Reduce, Recycle. In questo caso la produzione moda si focalizza sulla realizzazione di prodotti in cui nulla viene sprecato, tutto sia riciclato o riciclabile. Attraverso questo sistema sarebbe possibile ridurre al minimo gli scarti e in particolare le emissioni dannose per l’ambiente e quindi proteggere le generazioni future. Non è un sistema semplice da applicare come molte volte i marchi ci vogliono far intendere. Per riuscire a creare questo genere di sistema si stima che ci vorranno ancora molti anni di studio, poiché i nodi da sciogliere in ambito di nuove tecnologie e nuove conoscenze tessili sono ancora molti.

Un altro termine che viene associato alla moda più ecologica è quello del greenwashing. Esso indica un brand che vuol dare una immagine positiva di sé facendo credere di investire sulla protezione ambientale dei suoi prodotti; viene utilizzato dai marchi del fast fashion per dare risalto alla tematica ambientale e attirare, l’occhio del consumatore, al proprio impegno su una produzione più attenta. Nella realtà questo termine comunica una falsa informazione che inganna il consumatore, il quale leggendo la parola “green” la associa a un qualcosa di ecologico, che di fatto non è. Inoltre, è una contraddizione che un brand di fast fashion si possa definire “Verde” quando il suo obbiettivo è la produzione di massa. Quindi la moda spesso utilizza questo termine per promuovere false informazioni e fornire una immagine più positiva di sé stessa. 

 Suggerisco a chi vuole comprendere meglio e approfondire il tema della una moda più sostenibile di visitare la pagina “Good on You” che, a mio avviso, rappresenta una tra le piattaforme migliori in cui reperire informazioni e analisi di esperti riguardo alla sostenibilità dei diversi marchi.